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LUCA CASADEI INTERVISTA ALESSIO MAGNANI NEL CARCERE DI BOLLATE
10/07/2024

Disponibile su OnePodcast, su tutte le piattaforme di streaming audio
e in versione video su YouTube

Per il nuovo format “Ombre” di “One More Time”

LUCA CASADEI INTERVISTA ALESSIO MAGNANI
NEL CARCERE DI BOLLATE

La storia di un ragazzo che a 18 anni ha commesso un omicidio e
da allora sta affrontando un percorso per uscire dall’ombra e ritrovare
la luce, è al centro di una puntata speciale, realizzata all’interno
dell’istituto penitenziario milanese, che chiude la straordinaria
stagione del podcast di Casadei per OnePodcast

Una puntata speciale realizzata all’interno del carcere di Bollate chiude la stagione del podcast di grande successo “One More Time” di Luca Casadei (OnePodcast). Un ultimo inedito episodio che dà il via al nuovo format “Ombre”: una serie di interviste registrate in location suggestive e sempre diverse, che proseguiranno nella prossima stagione alternandosi alle tradizionali chiacchierate in studio.

«Questa puntata sarà la prima di una serie dove, per raccontare al meglio il contesto in cui ci troviamo, cambieremo i luoghi, li respireremo dall’interno ed entreremo nella vita di una persona, per farci un grande viaggio insieme - racconta Luca Casadei - La luce e le ombre sono spesso utilizzate in filosofia per rappresentare la dualità della natura umana. La luce può essere vista come un simbolo di ciò che è positivo, buono e consapevole, mentre l'ombra può essere vista come un simbolo di ciò che è negativo, cattivo e nascosto. Per me non c’è nulla di positivo o negativo, possiamo scegliere in qualsiasi momento di cambiare le cose. Le ombre rappresentano la complessità dell’uomo, i suoi motivi per giustificare la parte inconscia, i suoi segreti. La luce invece è la redenzione, le azioni, la parte cosciente con la quale sovvertiamo le nostre ombre per non esserne più schiavi. Le ombre vanno attraversate, guardate, affrontate e accolte per farne risorsa e ritornare a splendere con una luce più matura, più consapevole».

È Alessio Magnani il protagonista di questo speciale episodio, disponibile su OnePodcast, su tutte le principali piattaforme di streaming audio e in versione video su YouTube (realizzato con il supporto tecnico di Wanderlust). Condannato, appena maggiorenne, a 30 anni di reclusione per un omicidio (poi ridotti a 17 anni e 4 mesi), Alessio racconta ai microfoni di Luca Casadei di come in carcere stia affrontando un percorso di crescita e formazione che gli permette di gestire la rabbia che lo opprimeva e la sofferenza provata dopo essersi reso conto di cosa significhi togliere la vita a una persona.

Sulle cause che hanno scatenato la sua rabbia da ragazzo: «Diciamo che la rabbia a quell’età non è uno strumento, forse è data dal non riuscire a esprimersi. È uno sfogo che ti viene provocato dall’interno, senza una spiegazione precisa. Il fatto di non riuscire a esprimersi verbalmente, o comunque anche attraverso un lavoro, una passione, una propria dote o qualità, è quello che a me provocava tanta rabbia. Io quando ero arrabbiato, ero convinto di riuscire a sfogarmi e questo mi faceva sentire libero».

Sul modo in cui ora, in carcere, ritrova la calma: «Questa rabbia è rimasta negli anni, non è cessata. È cambiata la fase di output: se prima mi portava a litigare o a fare determinate cose, tipo che se mi facevi incazzare ti spaccavo la macchina, oggi ci sono una serie di passaggi che intervengono prima. Per esempio, in carcere - dove l’incazzatura diciamo che peggiora: se prima non riuscivi a esprimerti, a volte qui ti viene negata la possibilità di farlo quindi la rabbia aumenta esponenzialmente - ho trovato la palestra. Mi ha veramente aiutato a sfogare: prima cercavo di anestetizzare il corpo, quando poi il corpo era stanco allora andavo a lavorare sulla mente, ma questo non poteva avvenire se il battito cardiaco era ancora accelerato, se avevo l’adrenalina in corpo e quella voglia di sfogarmi. Quindi guantoni, sacco da boxe un’ora, due ore, quello che andava fatto, si doveva fare. Dopo aver affrontato lo sfogo fisico, allora poi mi mettevo a meditare, a riflettere sul perché io avessi sempre questa rabbia».

Sull’importanza della parola per risolvere gli attriti: «Poi ho capito che noi abbiamo una cosa importantissima, noi abbiamo la parola e questa cosa a volte viene un po’ dimenticata. È vero che sono molto importanti i gesti, ma quanto ferisce o quanto può far bene una parola? E, al tempo stesso, quando c’è una situazione di attrito o di incomprensione, la parola spesso aiuta molto di più rispetto a un gesto, perché i gesti per me non erano quelli di tendere la mano, ma erano quelli magari di dare un pugno in faccia e di reagire in un modo che non è normale».

Sulla situazione che ha portato lui e i suoi amici a uccidere una persona: «Pian piano è cresciuta la confidenza con due ragazzi del mio gruppo di amici. Ci vedevamo spesso nel garage di uno dei due e abbiamo iniziato a prendere consapevolezza sulla sua situazione a casa con lo zio, situazione che si ripercuoteva anche sulla nostra amicizia perché lo zio non ci stava dando più lo spazio per coltivarla. In una delle tante sere, la nostra rabbia è esplosa senza ostacoli e senza confini. Abbiamo agito come, purtroppo, ci ha detto la testa di un diciottenne o di un ventenne, l’unico modo che conoscevamo: con le mani e con gli strumenti. È stata l’unica soluzione che abbiamo trovato a quel problema. La mia vita si è interrotta perché io ho tolto la vita a qualcun altro. In primis sei tu a pagarne le conseguenze, cosa di cui però ti rendi conto solo dopo. La nostra rabbia era un po’ come un fiume in piena, la reazione è stata veramente spropositata».

Sulla sera dell’arresto e sui primi periodi in carcere: «Hanno perquisito le abitazioni, hanno fatto i sopralluoghi, un casino: mia mamma che piangeva, mia sorella pure. Ricordo questa scena in cui c’era mia nonna che era uscita in corte con mia mamma, loro le hanno detto: “signora guardi, lo dobbiamo portare via” e io ho detto a mia mamma: “non ti preoccupare che tanto questa sera torno”: non l’ho più vista per otto anni diciamo. Inizialmente ho affrontato un periodo di isolamento, dove non potevo avere contatti con nessuno, per 40 giorni non mi sono cambiato, non ho fatto la doccia, non riuscivo a dormire e ricordo che mi avevano tolto qualsiasi tipo di strumento che avrebbe potuto offendermi».

Su cosa ha provato per aver tolto la vita a una persona: «Viene a mancarti il sonno, non hai più fame, non hai più le esigenze di una persona normale perché costantemente, giorno e notte, in qualsiasi minuto e in qualsiasi circostanza, pensi solo esattamente a quello, non riesci mai a cancellarlo. Togliere la vita a un’altra persona è come toglierla a te stesso».

OnePodcast è la factory di contenuti audio digitali originali, di intrattenimento e informazione, del Gruppo GEDI, nata nel 2022 sotto la Direzione Artistica di Linus. Con all’attivo oltre 21 milioni di streaming al mese e più di 4.500 episodi prodotti in oltre 150 serie originali, OnePodcast si posiziona tra i player di riferimento nel mercato italiano per i suoi i programmi audio digitali di qualità e contenuti originali che spesso conquistano la Top3 delle più importanti classifiche. Tutte le proposte sono disponibili sull’omonima piattaforma, sui siti e app dei brand GEDI e su tutte le principali piattaforme di streaming audio (Spotify, Apple Podcast, Amazon Music, Google Podcast).
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